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    August 04

    per non dimenticare..per riflettere..

     

    PREMESSA...HO DECISO DI SCRIVERE QUESTO INTERVENTO PER RIFLETTERE..SOPRATTUTTO PER FAR RIFLETTERE CHI PENSA CHE LA VITA E LA DIGNITA' DI CERTE CATEGORIE DI PERSONE CONTI MENO DELLA NOSTRA.INTENDO PORRE L'ATTENZIONE DI TUTTI VOI SU UN FATTO A DIR POCO SCONVOLGENTE CHE VIOLA NON SOLO I DIRITTI UMANI, MA ANCHE LA DIGNITA' DI TUTTE LE DONNE,E DI TUTTO IL GENERE UMANO, SE DI PERSONE DAVVERO UMANE STIAMO PARLANDO. VI PREGO DI  LEGGERE CON ATTENZIONE, PERCHE' QUESTE STORIE COLPISCONO AL CUORE... 

     

     

    Acid attak non è il nome di un nuovo videogame. È il nome di una cosa terribile che alcuni uomini fanno in Bangladesh. Paese di grandi bellezze naturali, di antica storia e di profonda cultura, il Bangladesh è grande come metà Italia e popolato da più di centoventi milioni di abitanti. Nella stagione che precede le grandi piogge, la campagna è lucente per il verde delle risaie cosparse di nasturzi d’acqua, azzurri come i nostri fiordalisi, i villaggi sono manciate di case colorate circondate da banani e palme da cocco. Le città sono quasi tutte dei luoghi infernali. La sola Dhaka (la capitale) è una metropoli di 10 milioni di abitanti, è uno dei tanti slums del pianeta, dove si respira un’aria pesante e mefitica, una miscela di gas di scarico, acque stagnanti, scoli, fogne a cielo aperto… Il Bangladesh è una nazione flagellata (oltre che dai cronici problemi di sopravvivenza) da un recente fenomeno di violenza: quello delle donne vittime dell’acido solforico. Questo tipo di violenza non è un’antica usanza – esecrabile quanto si vuole – ma che affonda le radici in un certo tipo di cultura (come per esempio l’infibulazione);ha cominciato a prendere piede a partire dagli anni '70-'80 .Come in altri paesi sulla via della modernizzazione, il Bangladesh esprime una società complessa, dove a spinte modernizzatrici si contrappongono rifiuti al rinnovamento socioculturale. Può succedere che alcune tradizioni a carico delle donne vengano messe in discussione o addirittura rifiutate (come avviene nei normali processi di emancipazione). E questo può causare il venir meno di privilegi e diritti acquisiti (dagli uomini). Spesso, l’incapacità di adeguarsi al cambiamento fa sì che alcune persone optino per la scelta dell’offesa e della violenza. In Bangladesh (e anche in India) a donne che hanno cercato di superare i limiti imposti dalla tradizione è stata inflitta una punizione atroce. Per le donne che non osservano le regole, gli uomini possono usare contro di esse terribili strumenti di ritorsione come il vetriolo. Dal primo caso documentato, risalente al 1967, si è passati ai 47 casi del 1996, poi arrivati a 130 nel 1997 e a 200 nell’anno seguente. Nel 2002 ben 485 donne sono state sfigurate dal vetriolo. Il liquido è poco costoso e facilmente acquistabile in qualsiasi bazar. Serve per le batterie delle automobili, ma si vende anche nei villaggi dove non c’è nemmeno un’automobile. Gettato sulla pelle, ne divora istantaneamente il tessuto, procura ferite e abrasioni simili alle ustioni da fuoco. Le donne ne hanno il viso sfigurato per sempre, spesso perdono la vista a uno o a entrambi gli occhi. Il cuoio capelluto se colpito, rimane inerte per sempre. Il volto si riga di cicatrici ipertrofiche e nodose, le ferite causano pesanti danni funzionali, ad esempio a carico dei movimenti facciali e della masticazione. Se gettato sulle gambe, può penetrare fino alle ossa, ustionando le fibre dei muscoli e rendendo inabili le vittime. In alcuni casi, se le cure non sono tempestive ed efficaci, la vittima dell’attacco con l’acido può morire.

     

    ...IL CASO DI SHELINA...

     Un caso per tutti serve a raccontare l’inferno in cui precipitano alcune giovani donne, quelle per le quali – a differenza di molte loro coetanee di altri paesi – è una sfortuna essere avvenenti e piacere a un uomo: Shelina, tredici anni, accecata e sfigurata dall’acido da un ragazzo di diciotto anni al quale lei continuava a dire di no. Una sera quando Shelina era alla fonte con le amiche a prendere l’acqua, lui le ha gettato addosso l’acido. Il ragazzo si è dato alla macchia, non pagherà mai per il suo misfatto e la gente dice che se una donna offende l’orgoglio di un uomo, una punizione se la deve aspettare. Shelina è oggi un fantasma vivente, inguardabile, negata alla vita, innocente. Il dolore provato da queste donne è indescrivibile. È fisico, è psicologico. L’’aggressione le trasforma in mostri, in maschere deformi, delle quali è spesso difficile reggere la vista. Perdono per sempre la loro identità di donne, la possibilità di essere spose, madri (evento gravissimo in un paese in cui essere nubile è ancora una vergogna per una giovane ragazza e per la sua famiglia). Queste disgraziate donne diventano dei reietti della società, dei pesi economici per le famiglie; creature che non osano più presentarsi al mondo, escono di casa segregate nel burkha anche quando non sono di fede islamica. Esse hanno come unico futuro un malinconico destino di isolamento. In molte di loro sembra di vedere - di primo acchito - dei volti sorridenti, fino a quando non ci si accorge che il sorriso è dovuto solo ai tragici effetti dell’acido che ha mangiato loro il labbro superiore, mettendo in mostra i denti bianchissimi. L’unica soluzione è la chirurgia plastica, accompagnata da un sostegno psicologico indispensabile per il reinserimento nella società dopo la devastante esperienza. Solo Dhaka ha un ospedale con un reparto per grandi ustionati in grado di prestare cure a queste vittime della prevaricazione maschile. Un trattamento lungo, costoso e doloroso. Nel caso delle ustioni facciali occorrono per ogni paziente dalle sei alle sette operazioni da compiersi nell’arco di un anno e mezzo. Se l’acido ha colpito anche gli occhi, i danni alla vista sono quasi sempre irrecuperabili. La chirurgia plastica è molto costosa e sono pochissime le donne che possono permettersi di affrontare una spesa così elevata.

     

    Gran parte degli acid attaks si verificano tra la gente più povera, nelle bidonville o nei ghetti metropolitani dove è una sfida quotidiana la sola sopravvivenza. All’emergere del fenomeno, la “punizione” era diretta soltanto a quelle giovani che rifiutavano di sposarsi con l’uomo scelto dai genitori. Oggigiorno la situazione è peggiorata: in Bangladesh una donna non può rifiutare le avances maschili senza che questo gesto venga interpretato come un insulto alla famiglia dell’uomo. Vengono sfigurate anche le donne che rifiutano le proposte sessuali di parenti e persino di sconosciuti, le bambine di dieci anni che non cedono alle pretese di uomini anziani, le mogli ripudiate e le neo-spose che non hanno saldato il “debito” (la dote pattuita). Gli acid attaks colpiscono la totalità delle regioni del Bangladesh, che sono quasi tutte sprovviste di strutture ospedaliere adeguate e troppo lontane dalla capitale. È problematico poter mandare le vittime al Medical College Hospital di Dhaka (dove i ricoveri d’emergenza sono due-tre la settimana). I sociologi sono in grave imbarazzo a spiegare come mai questa usanza abbia preso piede così velocemente e soprattutto come mai - invece di regredire - si sia invece rafforzata. Il fenomeno, inoltre, sta uscendo dai confini dei conflitti di genere, e stanno diversificandosi anche le motivazioni degli attacchi al vetriolo. In alcuni casi si risolvono con l’acido solforico anche le dispute sulle proprietà, le rivalità politiche ed economiche, i litigi tra famiglie o le beghe con i vicini di casa. Il governo, allarmato per il propagarsi del fenomeno, ha tentato di adottare misure speciali. La polizia di Dhaka ha promesso il pagamento di taglie cospicue per segnalazioni che favoriscano l’arresto dei colpevoli. Il parlamento sta cercando di perfezionare una legge del 1983 sulle violenze alle donne, che già prevedeva la pena capitale per i reati più gravi. Nel 1999 sono stati condannati a morte quattro giovani (lo spasimante e tre amici) , colpevoli di un attacco ai danni di una diciottenne che aveva rifiutato una la proposta di matrimonio. Tuttavia, negli ultimi anni, di condanne del genere (peraltro non auspicabili) ce ne sono state soltanto dieci su circa quattrocento casi denunciati. Nel 1979 il governo del Bangladesh sottoscrisse la Convenzione Onu sulla eliminazione di ogni forma discriminatoria contro le donne, ma a poco è servita. Né è stato di aiuto il pacchetto di misure repressive, compresa la pena di morte, contenute nel Women and Child Repression Control Act del 1995. Anche la strada dei salish, i tribunali tradizionali di villaggio formati dagli anziani, adottata nelle zone rurali, ha portato a scarsi risultati. Vista l’impotenza delle istituzioni locali, alcune organizzazioni internazionali si sono attivate nel tentativo di dare visibilità al problema e sostegno concreto alle donne acidificate; donne coraggiose - riunite in organizzazioni di sopravvissute agli attacchi al vetriolo - hanno formato la Acid Survivors Foundation (Asf), che ha ottenuto il sostegno del Fondo Onu per l’infanzia (Unicef). Nello stesso Bangladesh è sorta un’organizzazione, la Naripokkho, formata da volontarie che cercano, al fianco delle vittime, di sensibilizzare l’opinione pubblica del paese. In Italia, la sofferenza di queste donne è stata condivisa dalla Coopi, un’associazione di volontariato che lavora nei paesi in via di sviluppo. È attiva anche Smileagain, ente umanitario che si rivolge alle autorità dello stato del Bangladesh affinché ponga fine a questa indegna barbarie applicando leggi severe per tali delitti, e perché influenzi positivamente la cultura della popolazione.

    Questa terribile immagine mostra i segni lasciati dall'acido sul volto di una donna...

     

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    QUALCOSA IN PIU' SULL'ACIDO SOLFORICO ... 

    L'acido solforico (H2SO4), dal punto di vista industriale, è l’acido il più utilizzato perché ha un’infinità di usi. È la sostanza presente nelle batterie delle automobili ma anche l’acido utilizzato per raffinare i petroli, per preparare detersivi, fertilizzanti, coloranti, ecc. Visto il suo ampio uso è facilmente reperibile sul mercato. È un liquido inodore e incolore, manipolato dai chimici con guanti e occhiali protettivi. L’azione di questa sostanza sulla pelle è infatti devastante.Gli acidi sono liquidi corrosivi in grado di bruciare il legno e di consumare i metalli. In Bangladesh sono venduti a poco prezzo: un bicchiere costa meno di 10 centesimi, quanto basta per rovinare una vita.

     
     

    CERCANDO UN PO' DI PACE E GIUSTIZIA...   Chi ha deturpato il viso di queste donne aveva uno scopo preciso: emarginarle, devastarle tanto da renderle repellenti allo sguardo. Di questa pratica violenta che va avanti dai primi anni ottanta, in Italia si sapeva poco o nulla; così, la disperazione di queste bambine distrutte fisicamente e psicologicamente è rimasta a lungo sconosciuta. Poi, nel luglio del 1998 Renata Pisu scriveva su "D" di Repubblica: ".. Non vogliono essere chiamate vittime ma sopravvissute, sopravvissute alla violenza che intendono combattere e denunciare. Non si nascondono, si mostrano. Ma quanto coraggio ci vuole per mostrarsi...". Questa denuncia lanciata con l'inchiostro che vuole vincere sull'acido, ci ha spinti ad intervenire in Bangladesh: ne è nato un progetto che prevede attività sanitarie e psicosociali sia di carattere urgente che a lungo termine. L'esperienza trentennale di COOPI nei paesi del Sud del mondo ci insegna che il ruolo della donna è fondamentale nelle lunghe dinamiche dei progetti di sviluppo. Nei processi di cambiamento infatti è decisivo, all'interno delle comunità locali, l'apporto delle donne in quanto depositarie dei valori, garanti dell'equilibrio e dell'organizzazione familiare. La donna in quanto "educatrice" della pace, proprio perché educatrice dei propri figli, è il tramite per arrivare a diffondere un messaggio di legalità e di sviluppo. In Bangladesh ci siamo trovati però di fronte ad una realtà molto diversa da quella a noi ben nota delle comunità africane o latino americane: qui la donna è sottomessa prima al padre e poi al marito; non deve possedere nulla, di conseguenza non ha diritto allo studio, ad un lavoro, ad un salario. Dice ancora, Renata Pisu: "...La stanza di Bina, pulita, ordinata, tappezzata di manifesti del movimento di liberazione della donna, sembra quella di una ragazza dei nostri anni settanta, quando il femminismo era una forza travolgente. E trionfante. Ma forse soltanto da noi, forse soltanto a parole. Ora l'unica militante rimasta sembra essere lei..." Bina, diciotto anni, ha reagito in modo forte ed entusiasmante alla violenza subita con l'acido solforico: non piegandosi agli schemi, vuole diventare assistente sociale ed aiutare le giovani donne che, come lei, sono state sfigurate. Quando lo scorso anno presentammo il problema eravamo ancora agli inizi: le tante forze del volontariato e della solidarietà che sono scese in campo accanto a COOPI hanno rafforzato la nostra decisione di appoggiare ed incoraggiare la forza di Bina, malgrado le difficoltà cui siamo andati incontro intervenendo in Bangladesh. Il progetto che abbiamo elaborato in favore non solo di queste ma di tutte le ragazze colpite da questa assurda forma di vendetta, non può ridursi ad un intervento di chirurgia plastica. Nelle pagine seguenti cerchiamo di spiegarne la complessità perché tutti i nostri lettori possano condividere con COOPI il grande impegno richiesto all'associazione. ________________________________________

    Ma la sola chirurgia plastica non basta: la vera risposta sta in un'articolata progettualità Colpite e segnate per il resto della loro vita per un rifiuto, o perché la dote che avevano portato al marito in occasione del matrimonio si è rivelata inferiore alle aspettative. Questo allucinante tipo di vendetta, scelta con sempre maggiore frequenza, ha l'atroce particolarità di lasciare dei segni di sfregio molto gravi, colpendo la vittima non solo fisicamente, ma anche nel suo ruolo sociale: nella maggior parte dei casi queste giovani non potranno mai aspirare al matrimonio ed alla maternità che restano, in Bangladesh, il ruolo principale della donna. Le donne così sfigurate diventano una vergogna anche per la propria famiglia: costrette per il resto della loro vita ad essere esposte al riso e allo scherno della gente, private oltre che del loro volto, anche di un futuro, esse sono condannate a dover vivere in una condizione di isolamento. Un fenomeno in aumento La facile reperibilità dell'acido in vendita a poco prezzo in tutti i villaggi rende queste aggressioni di facile applicazione. Inoltre, il fatto che nella maggior parte dei casi l'assalitore non venga denunciato per paura di ulteriori vendette, incoraggia l'imitazione, come dimostrano le statistiche che vedono aumentare in maniera esponenziale il numero dei casi registrati negli ultimi anni. In teoria, per un reato del genere sono previste pene fino all'ergastolo, la realtà dice però che pochissimi assalitori hanno subito condanne e si trovano ora dietro le sbarre. La punta di un iceberg Purtroppo fino a questo momento non esistono delle statistiche ufficiali sul fenomeno, raramente denunciato nei villaggi. A questo proposito I' UNICEF sta provvedendo alla creazione di un Trust Fund che, oltre all'organizzazione di attività di assistenza alle vittime, si propone di raccogliere dati precisi su questo problema. La donna in Bangladesh Il ruolo della donna nella società Bengalese, sebbene abbia fatto notevoli progressi in questi ultimi dieci anni, rimane molto difficile: la maggior parte della popolazione femminile vive in regime di completa sottomissione, senza alcun tipo di istruzione o assistenza sanitaria, nel timore della violenza domestica e sociale. Gli importanti passi avanti registrati nel campo della frequentazione scolastica femminile hanno scatenato una reazione violenta e paradossale da parte di alcuni uomini, che, di fronte a questa rivoluzione del sistema tradizionale, hanno assunto un atteggiamento negativo che è degenerato, in molti casi, in episodi di vendetta. Una sorta di gelosia per le donne che in pochi anni dalla avvenuta concessione alla scolarizzazione, sono riuscite ad arrivare alla laurea e ad una partecipazione attiva nella vita sociale. Il governo, in collaborazione con le ONG locali, sta affrontando il problema, ma rimane molto lavoro da fare per il miglioramento della condizione femminile, tenendo anche conto di fattori come le difficoltà di comunicazione tra la città ed i villaggi periferici, soprattutto durante le inondazioni che periodicamente affliggono il Bangladesh. Come intervenire? Siamo partiti con l'intenzione di operare subito le ragazze colpite dall'acido; poi i nostri medici ci hanno presentato una situazione disarmante. La mancanza di strutture di pronto soccorso adeguate, di reparti dedicati alla cura delle ustioni, della possibilità di offrire trattamenti chirurgici specifici, unitamente all'enorme difficoltà di trasporto immediato delle vittime all'ospedale, rendono il paese impreparato ad affrontare i tragici incidenti di cui sono state vittime queste giovani donne. I vecchi casi hanno fatto registrare peggioramenti a causa della mancanza di cure adeguate e necessarie in quanto l'azione devastante dell'acido continua nel tempo se l'ustione non viene trattata immediatamente e in maniera dovuta. ll Progetto di COOPI Le poche operazioni che saremmo riusciti ad eseguire, magari all'estero, non sarebbero state altro che un palliativo: la risposta da dare é più complessa. Due missioni di COOPI sulle tematiche della chirurgia plastica e della pianificazione e progettazione di interventi sanitari in realtà particolarmente difficili, hanno permesso di individuare le linee basilari del progetto. In campo sanitario COOPI si propone la creazione di un centro di riferimento e il potenziamento delle competenze del personale locale, attraverso corsi di formazione rivolti a personale medico e paramedico. Questo stesso personale, una volta formato, potrà in un prossimo futuro occuparsi direttamente del lato chirurgico. Il problema non si risolve con la sola operazione chirurgica: l'acido infatti, oltre a deturpare i volti delle vittime, va a danneggiare gravemente funzioni fondamentali come la vista e l'udito, nonché la mobilità delle parti del corpo. Per quest'ultima si rende necessario un lungo trattamento di fisioterapia riabilitativa, ed anche in questo caso è prevista la formazione di personale locale. Unitamente all'intervento chirurgico e alla fisioterapia, significativa importanza riveste il recupero psicologico delle vittime degli attacchi, un lavoro che COOPI sta già portando avanti coinvolgendo nelle sedute anche le stesse famiglie delle donne sopravvissute all'acido. In campo sociale, il supporto psicologico e la formazione professionale rivolta alle vittime delle aggressioni, rendono possibile il reinserimento delle giovani donne nella società, con un ruolo potenziato dalla loro indipendenza economica, condizione conquistata grazie alla creazione di cooperative di lavoro. La complessità e la molteplicità dei settori toccati dal progetto hanno reso indispensabile la ricerca di un ente finanziatore che possa affiancare la risposta della solidarietà popolare. Su queste basi, la psicologa Alessandra Ferri sta lavorando dal luglio del 1998.

     

     

    -ambra-

    Comments (8)

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    ecco, è arrivata la giustiziera del cavolo che butta lì la prima infamia e se ne va "gli uomini fanno veramente schifo".. hai detto ciò e che è cambiato? ci sono per fortuna tante categorie di persone, come quelle che pensano, per fortuna.
     
    Ad ogni modo, bellissimo post, ne ho parlato proprio stasera, non così ampliamente e scientificamente, nel mio forum.
    Anzi se volessi spendere qualche tua parola, ti invito a visitarci, al di là del topic principale di cui ci occupiamo, proprio perchè ci interessiamo a molti episodi di infamia umana.
     
     
    John Lestat
    Nov. 16
    Zia Kèwrote:
    brava brava brava...
    nn altro.
     
     
    ah si.
    gli uomini fanno veramente skifo,
    una donna nn sarebbe mai capace di una crudeltà simile.
    Oct. 16
    ti faccio i complimenti per i blog, davvero. Cercavo delle immagini da correggere e ho trovato molto di più Ho imparato cose che non sapevo. Grazie, continua a diffondere le tue idee e ad informare la gente. Un bacione
    July 31
    Brava ambra....non so chi tu sia...sono capitato qua cercando immagini per il mio blog...sto facendo un lavoro simile al tuo e mi conforta sapere che non sono l'unico a fare questo continua cosi! ^^

    Ab89
    June 29
    No namewrote:
    Grazie Ambra per questo messaggio reale,crudo e nudo.Mi chiedo cosa penserebbe la povera Lucrezia che si uccise dopo lo stupro di Tarquinio.Un'altra vittima di un processo malato che perdura da secoli.Grazie.Lily
     
    Jan. 16
    Anche io sono senza parole.. un blog bellissimo e finalmente un blog con qualcosa di profondo scritto cn il cuore... è in questi momenti che mi accorgo di  quanto sono fortunata a vivere in questo paese e avere una persona come il mio amore al fianco e tantissimi amici a cui voglio un bene dell'anima... grazie mi hai ricordato quanto è importante essere donna!!
    July 23
    No namewrote:

    cao ambra..conoscevo già questa situazione..secondo te queste donne dovrebbero cercare giustizia o libertà..secondo le persone e le situazioni la libertà è soggettiva...esempio:

    questi uomini sono liberi di fare quello ke vogliono..vedi quello ke fanno a queste povere ragazze? in realtà la vera libertà è quella ke implica la felicità di tutti e implica anche sacrifici...purchè servano x il bene l'uno dell'altro.. se TUTTI pensassero l'uno all'altro il mondo sarebbe migliore!!

    x quanto riguarda questa situazione.Bhè.. NN c'è ne giustizia nè libertà x nessuno così.. è un gran casino...ma se si può fare qualcosa abbiamo il dovere anzi l'obbligo di farlo..baci fra!!

    Aug. 4
    Clary Dudùwrote:
    io penso che non ci sono parole x commentare questa crudeltà!
    non ho nient'altro da dire!...è 1 vergogna!
    Aug. 4

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